Woman dressed as a geisha in traditional Japanese makeup and costume, representing historical Japanese sexuality and culture

Sesso, geishe e shogun: quando la storia sessuale del Giappone faceva sembrare l’Occidente un covo di bacchettoni

Se chiedete al occidentale medio cosa sa della cultura giapponese antica, vi risponderà con samurai, onore, fiori di ciliegio, e un rigore morale così severo da far sembrare un monastero medievale una serata di sabato a Ibiza.

Errore madornale.

Perché se c’è una nazione che ha trasformato la sessualità in una forma d’arte, in un fiorente mercato di piazza, e persino in una pratica spirituale, il tutto senza mai perdere un colpo di cinismo burocratico, quella è il Giappone. Mentre l’Europa passava secoli a nascondersi dietro corsetti di ferro e sensi di colpa paralizzanti, la società giapponese storica trattava il sesso con una nonchalance disarmante, unita a un talento formidabile per l’organizzazione commerciale.

Tenetevi forte, perché il romanticismo all’occidentale sta per prendere una bella lezione.

1. Il periodo Edo (1603-1868): quando il sesso aveva un listino prezzi

Facciamo una bella passeggiata nell’Edo senza opposizioni, l’epoca d’oro degli Shogun. La città di Edo (l’odierna Tokyo) ribolliva di pace imposta, samurai disoccupati, e mercanti arricchiti di fresco che non sapevano proprio come spendere i loro spiccioli. L’idea geniale dello stato? Legalizzare e regolamentare il divertimento. Ecco a voi lo Yoshiwara, il famigerato quartiere a luci rosse sanzionato dallo stato.

Scordatevi i traffici furtivi nei vicoli: era una vera Disneyland del divertimento per adulti, completa di guide turistiche annuali che recensivano le cortigiane di alto rango (tayū e oiran) non solo per l’aspetto, ma per la loro padronanza della poesia, della conversazione, e naturalmente, della ginnastica orizzontale. Il sesso era un’industria fiorente, tassata dal governo e gestita con la precisione di un’operazione militare. Altro che capitalismo romantico.

2. La geisha: il grande abbaglio occidentale e il culto della chiacchiera

Ed ecco dove il turista occidentale medio inciampa clamorosamente. Nella mente di chi guarda troppi pessimi film di serie B di Hollywood, una geisha è sostanzialmente una prostituta di lusso. La realtà storica è molto più esilarante: una geisha era addestrata esplicitamente a essere l’esatto opposto.

Erano artiste, intrattenitrici, suonatrici di shamisen, e maestre di cerimonia il cui compito principale era intrattenere clienti facoltosi grazie a pura intelligenza, arguzia tagliente, e all’arte della seduzione mentale. In pratica, una geisha vi prosciugava il portafoglio con una conversazione brillante e un po’ di battute, lasciando il “lavoro sporco” ad altri locali completamente diversi. Un capolavoro di marketing relazionale che farebbe impallidire qualsiasi app di incontri moderna.

3. “Immagini di primavera” (Shunga): la pornografia approvata dai samurai

Se pensate che gli hentai manga siano un’invenzione moderna, dovete ricredervi. Nel Giappone pre-moderno esistevano gli shunga (“immagini di primavera”): stampe erotiche su blocchi di legno con una precisione anatomica e una faccia tosta tali da far sembrare i tradizionali dipinti a olio occidentali un opuscolo per il catechismo.

Non erano trattati come contrabbando sporco da nascondere sotto il materasso; li compravano tutti (samurai e membri della corte imperiale inclusi) come normali opere d’arte, portafortuna, o regali di nozze (mostrati discretamente per istruire le spose arrossite su cosa le aspettava, con gran danno del romanticismo all’antica). I corpi erano disegnati senza alcuna inibizione, spesso con proporzioni volutamente esagerate, a dimostrazione che in Giappone il corpo umano non è mai stato un tabù da bastonare, ma semplicemente una tela da celebrare o su cui ridacchiare.

4. Schivare il peccato originale

Il vero motore dietro questa totale assenza di isterismo sociale era filosofico e religioso. Il Giappone antico era un cocktail di Shintoismo e Buddhismo, religioni che, a differenza del rigido monoteismo occidentale, non si erano nemmeno preoccupate di inventare il concetto di “peccato originale” legato ai pantaloni.

La carne aveva le sue esigenze, il piacere faceva parte dell’arredamento in modo del tutto naturale, e la lussuria non comportava una condanna a vita di dannazione eterna e forconi. Nel peggiore dei casi, era solo una perdita di tempo se trascuravate le risaie o la famiglia, ma l’idea che fare l’amore fosse intrinsecamente “sporco” semplicemente non attecchiva.

5. L’omosessualità nel Giappone storico: quando i samurai facevano multitasking (e mettevano in crisi l’Occidente)

E ora il capitolo che farebbe venire un infarto a qualsiasi moralista vittoriano che si rispetti: l’amore omosessuale nel Giappone pre-moderno.

Mentre l’Europa era occupata a inventare roghi, cacce alle streghe, e leggi pie per perseguitare chiunque venisse sorpreso ad amare qualcuno dello stesso genere, il Giappone feudale e il periodo Edo consideravano le relazioni omosessuali, in particolare tra uomini, non solo normali, ma un pilastro nobile, sofisticato, e profondamente radicato della cultura d’élite.

Prendete i samurai, per esempio. Nella versione da cofanetto occidentale della storia, sono macchine da guerra fredde, insensibili, iper-mascoline. La verità storica? Avevano una tradizione lunga e minuziosamente codificata di romanticismo tra uomini, nota come shudō (la “via del giovane”). Non era qualche approccio furtivo e imbarazzato dietro le stalle; era un’istituzione educativa e romantica riconosciuta. Un guerriero esperto (nenja) prendeva sotto la propria ala un giovane allievo (wakashu), fungendo sia da mentore sul campo di battaglia sia da amante nelle stanze da letto. Era considerato un legame di supremo onore, costruito sulla lealtà assoluta e sull’apprezzamento estetico della giovinezza. Se i cavalieri occidentali giuravano fedeltà sulle loro spadone, i samurai giapponesi aggiungevano un livello di diplomazia da camera da letto che avrebbe fatto girare la testa persino a Re Artù.

E non era limitato solo alle classi militari. I monaci buddisti tenevano apertamente giovani allievi, e nel mondo sgargiante del teatro Kabuki, gli attori specializzati in ruoli femminili (onnagata) venivano corteggiati senza sosta da avventori di ogni orientamento immaginabile.

Insomma, mentre l’Europa cristiana passava secoli a demonizzare la carne e a trascinare la gente in tribunale per chi le piaceva, il Giappone storico applicava la sua logica classica e imperturbabile: se un’emozione, un piacere, o un legame esistono, tanto vale legalizzarli, goderseli, e scriverci sopra qualche bella poesia. Altro che la fluidità come invenzione moderna, eh?

Nota etimologica (da Say Sexology)

Diamo un’occhiata al termine giapponese per l’arte erotica o la pornografia, strettamente legato al concetto di “Shunga” (Shunga). È piuttosto geniale, no? Shu (Shu) significa “primavera,” e ga (ga) significa “immagine” o “disegno.” Gli antichi giapponesi chiamavano le stampe erotiche “immagini di primavera.” Perché primavera? Perché è la stagione della rinascita, della fioritura, della natura che si risveglia dopo un inverno gelido. Il sesso non era visto come un collasso morale o una caduta sordida, ma come la primavera biologica che arriva naturalmente a fare il suo turno. Noi, con il nostro codice morale occidentale cupo e piagnucoloso, abbiamo deciso di trasformare quella fioritura in un processo in tribunale.

Tirando le somme

Perché scrivere di tutto questo? Perché trovo assolutamente ridicolo come la nostra cultura si sia aggrovigliata da sola costruendo una cattedrale di sensi di colpa attorno al corpo umano, mentre nel Giappone storico la gente comprava stampe esplicite al mercato locale, gestiva le proprie questioni di cuore, e scriveva poesie sui propri fidanzati con la stessa disinvoltura con cui si raccoglie un mazzo di narcisi.

La prossima volta che sentite un pizzico di colpa per aver guardato qualcosa di piccante o per aver scherzato sui tabù sessuali, consolatevi: i samurai guardavano stampe esplicite sorseggiando del sake, fermamente convinti che la primavera fosse fatta per fiorire. E chi siamo noi per contraddire un samurai?

Preferite la trasparenza commerciale e artistica del Giappone antico, o le nostre montagne russe ipocrite e infinite tra peccato e trasgressione? Fatemelo sapere nei commenti!

Se questo sguardo sull’approccio spudorato del Giappone al piacere vi ha incuriositi, potrebbe interessarvi anche il nostro approfondimento su Nativi Americani e Sessualità, un’altra cultura dove il “peccato” non era nemmeno nel vocabolario.

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