Young woman wearing a headscarf inside a mosque in Istanbul

Sesso, veli e cortocircuiti: quando l’Islam medievale insegnava erotismo all’Europa (e come siamo finiti governati da puritani di stato)

C’è un glorioso esercizio di autoinganno collettivo che il millennio digitale porta a termine con disarmante disinvoltura: dipingere storia e culture straniere con un unico pennello, monolitico, terminalmente noioso, e profondamente ideologico.

Prendete il mondo islamico. Secondo il coro unanime dei commentatori da salotto, politicamente corretti, è sempre stato un blocco granitico, congelato nel tempo, nato e cresciuto sotto il velo obbligatorio, la repressione totale, e un deserto culturale riguardo a qualsiasi cosa lontanamente somigliante al piacere fisico. Una specie di filiale ante litteram di un comitato di quartiere svedese particolarmente bacchettone. Peccato che, ancora una volta, questa graziosa narrazione venga fatta a pezzi da un piccolo, fastidioso dettaglio chiamato storia vera.

Perché se c’è stato un periodo in cui il mondo islamico guardava l’Europa cristiana con la stessa condiscendenza stanca che un chirurgo di prim’ordine riserva a un medico della peste medievale, quello fu il Medioevo. Mentre gli studiosi occidentali erano occupati a flagellarsi l’anima nel terrore assoluto del peccato carnale e a trattare il corpo umano come un diabolico sacco di patate da nascondere sotto strati di tela grezza, i califfati di Baghdad, al-Andalus e Il Cairo erano occupati a scrivere, dibattere, e testare vigorosamente una scienza dell’eros incredibilmente sofisticata.

Non stiamo parlando di battute sussurrate in taverna. Stiamo parlando di trattati di educazione sessuale su misura per gli uomini (e, fondamentale, per le donne) che farebbero sembrare i moderni manuali di sex-positivity, sempre pronti a scandalizzarsi, un opuscolo vittoriano sul pane tostato.

Prendete un capolavoro come “Il Giardino Profumato delle Delizie Sensuali” (Al-Rawd al-atir fi nuzhat al-hatir), scritto nel quindicesimo secolo da Muhammad al-Nefzawi. Non era un loschissimo opuscolo clandestino sequestrato dalla polizia del buoncostume; era un celebre manuale dell’alta società. Dentro c’era tutto: un’analisi clinica e dettagliatissima della meccanica del piacere, tecniche per prolungare l’intimità, metodi contraccettivi, e (avviso ai bacchettoni di ogni secolo) la centralità assoluta e non negoziabile del piacere femminile. La società islamica medievale capiva perfettamente che l’eros non era una tassa biologica cupa pagata esclusivamente per la riproduzione, ma una vera e propria forma d’arte, un pilastro della salute fisica e mentale, e un diritto pienamente riconosciuto.

Per non parlare della letteratura: le versioni originali e senza filtri de Le Mille e Una Notte erano un carnevale sfrenato di desideri espliciti, corpi vaganti, sarcasmo tagliente, e scorribande meravigliosamente caotiche, molto prima che i censori dell’Inghilterra vittoriana (gli antenati spirituali dei moderni moderatori di contenuti della Silicon Valley) ci mettessero sopra le loro manine pudiche per bonificare tutto quanto in nome della delicata sensibilità britannica. La medicina araba, a partire da Avicenna in poi, trattava il desiderio sessuale con la stessa fredda razionalità clinica che si applicherebbe a un brutto caso di influenza.

Ombre, poesia e doppi standard: quando l’omosessualità faceva rima con la vita di corte

Aggiungiamo un altro tassello a questo mosaico che fa venire l’orticaria istantanea agli indignati cronici: il rapporto tra la cultura islamica classica e l’omosessualità.

Nell’Europa cristiana medievale, l’omosessualità non era semplicemente un crimine; era il crimen pessimum, il peccato assolutamente innominabile, punito sistematicamente con il rogo, torture prolungate, e cancellazione sociale permanente. La Chiesa considerava qualsiasi sesso non procreativo, specialmente tra persone dello stesso sesso, una dichiarazione di guerra diretta contro l’ordine divino, da estirpare a suon di ferro e fuoco.

E nel mondo islamico classico? Qui la storia prende una piega meravigliosamente cinica e deliziosamente sfacciata che fa sembrare sia l’intolleranza religiosa moderna sia la rigida ortodossia arcobaleno di oggi due dilettanti allo sbaraglio.

Dal punto di vista rigoroso della giurisprudenza islamica formale (fiqh), la legge coranica condannava formalmente le relazioni tra persone dello stesso sesso, e le pene teoriche stabilite dai giuristi erano brutali sulla carta. Peccato che il divario tra i codici dei teorici e la realtà del venerdì sera fosse francamente esilarante. Nella vita quotidiana del Califfato Abbaside o della Spagna moresca, l’omosessualità maschile tra adulti era una presenza costante, ampiamente tollerata, apertamente praticata dell’alta società.

Mentre i trovatori europei medievali erano occupati a piangere per un amore cortese rigorosamente platonico e pesantemente bonificato, i poeti di Baghdad o Cordoba scrivevano odi ardenti e spudoratamente esplicite a bei giovani uomini. Maestri altamente rispettati della letteratura araba classica componevano versi grondanti di devozione sensuale rivolta ai propri amanti maschi. Nessuno sentiva il bisogno di nascondersi in un’umida catacomba; questi versi circolavano liberamente nelle corti reali e facevano parte del curriculum intellettuale standard di qualsiasi gentiluomo che, francamente, oggi verrebbe cancellato per sempre su Twitter in meno di tre secondi.

C’era, tuttavia, una mentalità deliziosamente diversa in gioco: non possedevano il concetto moderno e rigido di “orientamento sessuale” come identità fissa. Tutto ruotava attorno al ruolo: il partner attivo (chi penetrava) veniva spesso visto con somma indulgenza come naturale esercizio di virilità e potere, mentre il ruolo passivo per uomini adulti poteva occasionalmente sollevare qualche sopracciglio educato. Insomma, la società criticava la gerarchia delle posizioni, non il desiderio in sé.

E allora, come siamo finiti qui? (Il grande cortocircuito ideologico)

Come diamine siamo passati dagli entusiastici manuali di sesso di Nefzawi e dalla spudorata poesia di corte, dritti alla cupa e soffocante camicia di forza del neo-fondamentalismo contemporaneo?

Qui è dove il dibattito pubblico moderno va a sbattere a muso duro contro un muro di mattoni. Il puritanesimo schiacciante e le pene di morte draconiane che vediamo oggi in stati come l’Iran o sotto vari regimi jihadisti non sono una linea retta che risale al Corano originale, ma piuttosto il prodotto di una caduta storica e politica relativamente recente. È il glorioso regalo del ventesimo secolo: l’ascesa dei Fratelli Musulmani, i petrodollari armati dal wahhabismo, e, giusto per mettere la ciliegina sulla torta ideologica, la deliziosa eredità dei codici penali coloniali britannici che hanno premurosamente piantato leggi vittoriane anti-sodomia in tutta la regione.

Eppure, il capolavoro comico per eccellenza avviene proprio qui da noi. Da un lato c’è la destra identitaria che schiuma di rabbia, riducendo un’intera popolazione di un miliardo di persone a una macchietta medievale da cartone animato; dall’altro c’è una certa intellighenzia radicale e woke che, dal puro terrore di sembrare “islamofobica”, si annoda in nodi da contorsionista degni di un pretzel. Finiscono per tifare senza un briciolo di ironia per i regimi più ferocemente patriarcali, aggressivamente teocratici, e intensamente omofobi del pianeta, il tutto sfoggiando l’etichetta di progressisti. È un autogol intellettuale talmente magnifico da far sembrare un capolavoro di gestione delle crisi persino una sitcom sugli equivoci.

La morale della storia? Una sessualità repressa, nascosta, e demonizzata con ipocrisia dimostra che la censura, sia essa imposta da mullah in vesti fluenti o da nervosi addestratori di algoritmi della Silicon Valley, finisce sempre per schiantarsi quando cerca di mettere la museruola alla natura umana. La storia non si muove in linea retta, e la prossima volta che qualcuno prova a spiegarvi il mondo intero con tre slogan scaricati direttamente dall’ultimo seminario sulla sensibilità culturale, ricordategli semplicemente che la realtà è sempre infinitamente più caotica, molto più divertente, e straordinariamente più viva di quanto i censori vorrebbero mai ammettere.

Voi cosa ne pensate: la storia è stata silenziosamente riscritta per adattarsi alla politica moderna su entrambi i fronti del dibattito? Fatemelo sapere nei commenti!

Se questa immersione nella storia scomoda vi ha aperto l’appetito, potrebbe interessarvi anche il nostro approfondimento su Sesso, Geishe e Shogun, un’altra cultura il cui rapporto con il desiderio faceva sembrare l’Occidente decisamente abbottonato fino al collo.

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