Young man surrounded by Roman-style garments and accessories

Sesso, potere e toga: cosa gli antichi romani ci insegnano (davvero)

Se pensate che la nostra epoca sia un caos disordinato di app di incontri, tradimenti digitali e tabù in frantumi, è solo perché non avete mai aperto un libro di storia sull’Antica Roma senza il filtro edulcorato del liceo. Dimenticate le austere statue di marmo bianco e asessuato: la realtà era molto più colorata, decisamente più cruda, e infinitamente più interessante di quanto il vostro professore di storia abbia mai osato suggerire.

Il sesso come (ennesima) dimostrazione di forza

Per un romano, il sesso non era una questione di “romanticismo” o “comunicazione empatica”. Diciamocelo: era prima di tutto una questione di potere. Se eravate un cittadino maschio di alto rango, la vostra sessualità era una dichiarazione d’intenti. E, spoiler: non importava affatto chi fosse il partner, a patto che foste voi quelli sopra, metaforicamente e non solo.

La distinzione non era tra “etero” e “gay”, ma tra chi dominava e chi era dominato. In pratica, il sesso a Roma era un campo di battaglia dove l’orgoglio romano veniva celebrato in un modo molto più fisico di qualsiasi parata militare.

Sesso: tra ossessione per la fertilità e gusto per l’eccesso

Se oggi ci scandalizziamo per un sexting mal riuscito, i romani si sarebbero sganasciati dalle risate fino a finire nel Tevere. Per loro il sesso era ovunque: negli affreschi delle loro domus, nei graffiti sui muri di Pompei (che assomigliano parecchio ai commenti ignoranti sotto un post di Facebook, solo scritti in latino e con molto più stile), e negli amuleti fallici portati al collo come portafortuna. Perché sì, il fallo era il loro equivalente del quadrifoglio: teneva lontano il malocchio e portava prosperità. Immaginatevi solo di girare per la città con un portachiavi a forma di… beh, avete capito l’antifona.

Moralismo? Assente

Il punto è che la sessualità antica non era “malata” secondo le nostre categorie moderne; era semplicemente integrata. Non c’era scisma tra “il cittadino perbene” e “il pervertito”. C’era solo il cittadino che, dopo una lunga giornata a promulgare leggi o conquistare terre, si concedeva il proprio piacere senza dover passare anni in terapia a gestire il senso di colpa.

I limiti, ovviamente, c’erano: bisognava mantenere la dignità del proprio rango. Ma, finché non si infrangevano le regole sociali (molto meno rigide di quanto ci piaccia pensare), il resto era solo un gioco di ruoli.

Cosa impariamo oggi?

Studiare la sessualità romana non serve solo a ridere delle abitudini di gente che faceva il bagno in pubblico senza vestiti. Serve a smontare l’idea che la nostra “normalità” sia l’unico modello valido. I romani ci ricordano che la sessualità è una forza fluida, spesso assurda, che la società cerca, continuamente e inutilmente, di imbrigliare con codici morali che inevitabilmente crollano sotto il peso della natura umana.

La morale della storia (o del triclinio)

La prossima volta che vi sentite in colpa per una fantasia o un desiderio che devia dai binari del “buon gusto” moderno, pensate a un Senatore romano che, tra un dibattito sull’inflazione e un banchetto pantagruelico, se ne infischiava altamente delle etichette cliniche.

Non sto suggerendo di tornare alle abitudini dell’Antica Roma (il sistema sanitario nel frattempo è migliorato parecchio) ma forse un po’ meno pregiudizio e un po’ più consapevolezza storica non guasterebbero. Alla fine dei conti, “normalità” e “rispettabilità” sono solo le mode del momento. E come ci insegna la storia, le mode passano, ma la natura umana resta, per fortuna, disperatamente “perversa” e meravigliosamente libera.

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