Viviamo in un’epoca in cui l’individuo è il centro dell’universo, l’eroe del proprio piccolo e mediocre dramma quotidiano, e in cui l’individualismo viene premiato come fosse il gol vittoria di una finale di coppa. Eppure, nonostante questa libertà ostentata, tracciare una linea netta tra ciò che la società considera “sano” e ciò che bolla come “roba da vicolo buio” è diventato un esercizio di contorsionismo mentale che metterebbe in difficoltà persino un vero contorsionista.
Il concetto di “perversione”? Un tempo era una condanna senza appello: una lettera scarlatta per chiunque non si attenesse rigorosamente al manuale dell’amante “standard”. Oggi, però, il termine ha perso la sua aura malevola e, finalmente, anche la clinica ha aggiornato il software.
DSM-V: la fine del “curiamoli tutti”
Fino a poco tempo fa, il DSM (la bibbia dei patologi da salotto) gettava le parafilie nel calderone dei “Disturbi Sessuali”. In pratica, se le vostre fantasie non si conformavano agli standard di un partner consenziente, maturo e terribilmente noioso, eravate un “paziente” bisognoso di cura. Poi è arrivato il DSM-V, che finalmente ha fatto un passo indietro: una parafilia non è più sinonimo di patologia.
Certo, la definizione resta un capolavoro di gergo burocratico: un “interesse sessuale intenso e persistente” che devia dalla norma. Tradotto: se vi piace qualcosa di diverso dalla classica “posizione del missionario con cronometro”, benvenuti nel club. Una parafilia diventa un problema solo quando diventa l’unico modo per funzionare, quando causa danno ad altri, o quando il piacere si confonde irrimediabilmente con il dolore. In tutti gli altri casi, è solo un modo, magari un po’ creativo, di gestire l’ansia di un mondo che ci vuole tutti precisi, squadrati e in riga.
Kinky, molestatori, e il solito continuum
Il clinico moderno non cerca più di “aggiustare” il paziente; l’obiettivo, piuttosto, è aiutarlo a capire che la trasgressione può essere una parte integrante (e sana) di sé. Siamo passati dal gestire i disastri causati da chi infrange la legge (i famigerati molestatori, questione legale prima ancora che clinica) alla galassia Kinky, dove rispetto, consenso e comunicazione non sono optional: sono le uniche regole che contano davvero. È un continuum lungo il quale si muove l’intera società: da chi si sente un criminale per avere una fantasia, a chi vive la propria sessualità non convenzionale con la stessa disinvoltura con cui ordina un caffè.
Il consiglio di chi fa sessuologia senza giudicare
Avendo lavorato con i giovani, ho capito una cosa fondamentale: il compito di un sessuologo dovrebbe essere quello di tenere i propri tabù personali ben chiusi in un cassetto. Sedersi in poltrona a guardare i ragazzi con lo sguardo del moralista è il modo classico per perdere la partita. Aiutare un giovane a capire che le sue fantasie non sono “malate”, ma solo diverse sfumature di un arcobaleno umano fin troppo spesso censurato, quello sì è un vero atto terapeutico.
La morale della storia? Non siamo malati solo perché la nostra immaginazione vaga oltre la siepe del giardino. Siamo semplicemente esseri umani che cercano di capire chi sono, cercando di non farsi troppo male nel processo. In fondo, la “normalità” è solo un’invenzione di chi non ha mai avuto il coraggio di esplorare il resto della mappa della sessualità umana.

