Inuit woman in traditional fur hood portrait, symbolizing Arctic sexuality traditions

Gli Inuit e la sessualità nel grande freddo: quando la sopravvivenza batte la morale

Se siete dell’idea che la sessualità debba essere una faccenda rigorosamente privata, confinata tra quattro mura e regolata da secoli di etichetta vittoriana abbottonata fino al collo, allora le abitudini degli Inuit vi lasceranno più gelidi del vento artico.

Lassù nell’Alto Artico, dove la temperatura prende in giro il punto di congelamento per gran parte dell’anno e Madre Natura sta praticamente cercando di farvi fuori ogni singolo giorno, il concetto di “moralità” non è mai stato un lusso che potevano permettersi. Lì, la sessualità non era una questione di peccato o di romanticismo cinematografico; era una questione di puro e semplice pragmatismo.

1. L’ospitalità includeva… tutto

La leggenda metropolitana sullo “scambio di mogli” o sull’offrire la propria consorte a un ospite di passaggio non è solo un cliché stantio da cinema di serie B. In molte comunità Inuit tradizionali, l’ospitalità era sacrosanta. Se un viaggiatore arrivava dopo un tragitto massacrante attraverso il bianco infinito, offrirgli il calore del focolare e la compagnia della propria moglie non era un esercizio di “liberazione sessuale” moderna: era una questione di coesione sociale. Era un modo per cementare legami che, in condizioni così spietate, facevano la differenza tra la vita e la morte. Non si fanno tante cerimonie quando si sta cercando di sopravvivere alla notte.

2. Il matrimonio come “prova generale”

Dimenticate la solfa del “finché morte non ci separi”. Nella società Inuit tradizionale, il matrimonio veniva spesso trattato un po’ come una prova generale. Se la coppia non scattava, se la chimica non funzionava, o, ancora più concretamente, se non arrivavano figli (essenziali per la sopravvivenza del gruppo), il divorzio era rapido, pulito, e completamente privo del noioso melodramma di cui siamo tanto ghiotti. Niente avvocati, niente battaglie strazianti per la custodia, niente sentimentalismi. Si cambiava partner con la stessa disinvoltura con cui si cambia la biancheria termica.

3. Fluidità sotto l’aurora boreale

Anche i ruoli di genere erano privi del pesante bagaglio che noi ci portiamo dietro. In una società dove ogni paio di mani contava, se serviva un cacciatore, una donna assumeva quel ruolo, e viceversa. Questa fluidità si riversava senza soluzione di continuità nella sessualità, dove le etichette binarie a cui ci aggrappiamo come coperte di sicurezza non avevano alcun senso. Il desiderio era visto come una corrente naturale, gestita con una semplicità che i moralisti odierni etichetterebbero probabilmente come “anarchica”.

Nota etimologica (da Say Sexology)

Spendiamo due parole sul nome “Inuit”. Spesso ricorriamo al termine “Eschimese”, che deriva da una parola algonchina che significa “mangiatore di carne cruda”. Sostanzialmente, un insulto rifilato loro dai vicini. Loro, però, si chiamano Inuit, che si traduce semplicemente come “il popolo” (o “gli esseri umani”).

Piuttosto rivelatore, no? Mentre noi eravamo occupati a definire tutti gli altri in base ai loro presunti “difetti” o strane abitudini alimentari, loro si definivano semplicemente come il popolo. Una lezione magistrale di umiltà che faremmo bene a imparare prima di metterci a giudicare come conducono la loro vita privata.

Il senso di tutto questo

Perché scrivere di questo? Perché trovo abbastanza divertente come la nostra cultura abbia passato millenni a costruire una “gabbia dorata” attorno alla sessualità, mentre altrove, a temperature in cui il metallo diventa fragile, il sesso veniva gestito con la stessa naturalezza con cui si cacciava una foca.

La prossima volta che qualche tipo moralista comincia a farvi la lezione sulla “natura” e su come il sesso “dovrebbe essere”, ricordategli che la natura, quella vera, ha un solo obiettivo: tenerci in vita. E a volte, per restare vivi, bisogna essere molto più flessibili di quanto il vostro parroco di fiducia vorrebbe farvi credere.

Voi cosa ne pensate? La nostra ossessione per il controllo morale è solo un segno del nostro comodo benessere domestico? O abbiamo semplicemente dimenticato cosa significhi essere umani? Fatemelo sapere nei commenti. Non vedo l’ora del solito panico morale!

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