C’è una regola aurea nel giornalismo televisivo di importazione: se state raccontando una cultura che si rifiuta di infilarsi ordinatamente negli schedari rigidi della burocrazia occidentale, non vi è mai permesso dire semplicemente che le cose funzionano diversamente. Oh no. Dovete infarcire il servizio con una spiegazione “pratica”: una specie di incentivo economico o piano strategico delle risorse umane che farebbe piangere di gioia un direttore HR multinazionale.
L’altro giorno, guardando un servizio televisivo su tradizioni esotiche (di quelli con la voce rassicurante e impostata del narratore da documentario, la musica ambient di flauto di Pan, e l’aria generale di un antropologo da poltrona che non ha mai messo piede fuori casa), mi è capitato sotto gli occhi un gioiello che frantuma ogni record conosciuto di assurdità televisiva.
La tesi del servizio, presentata con la massima “neutralità” impassibile, badate bene, suonava all’incirca così: “Ci sono luoghi al mondo dove i bambini maschi vengono cresciuti fin da piccoli per diventare donne, ma lo fanno per pura praticità! Essendo biologicamente più forti, possono occuparsi dei lavori manuali pesanti che le donne ‘normali’ non sono in grado di fare”.
Bene. Fermiamo subito il nastro. Spegniamo il pilota automatico dei luoghi comuni e accendiamo una singola unità di logica funzionante.
La pianificazione industriale delle faccende domestiche
Cerchiamo di capirci bene. Secondo il servizio, l’astuto piano strategico di questa tribù funzionerebbe così: una famiglia decide di crescere un maschio come una femmina, lo integra nei ruoli tradizionali di accudimento… ma poiché ha una struttura scheletrica maschile e bicipiti pronunciati, lo usano come una specie di versione deluxe e turbocompressa della casalinga di periferia: qualcuno capace di stirare lenzuola tenendo saldo un’asse da stiro di rovere massiccio, o spostare divani a tre posti con l’energia grezza e concentrata di un gran maestro di arti marziali.
È un cortocircuito logico così colossale che persino i server della Silicon Valley che l’altro giorno censuravano i miei articoli andrebbero in sovraccarico.
È l’ennesimo esempio lampante di come la civiltà occidentale moderna sia totalmente incapace di comprendere una struttura sociale se non attraverso la lente fredda e transazionale della produttività o della catena di montaggio. Se una persona in una data cultura occupa un ruolo fluido o tradizionale, il cervello di qualche produttore televisivo presume immediatamente che ci sia un movente economico sotterraneo: un caposquadra sullo sfondo che distribuisce le faccende in base rigorosamente alla massa muscolare e alla capacità di sollevamento pesi.
La vera storia (senza la sceneggiatura di Hollywood)
Facciamo per una volta del vero giornalismo serio, rimettendo i piedi ben saldi a terra e fuggendo dalle favole del piccolo schermo.
I popoli di cui parlano questi servizi televisivi, come la straordinaria tradizione millenaria delle Fa’afafine a Samoa, proprio nel cuore della Polinesia (e non in qualche giungla asiatica geograficamente inventata da un montatore televisivo troppo caffeinato), non gestiscono nessuna “scuola di specializzazione muscolare per collaboratori domestici”.
A Samoa, se un bambino biologicamente maschio mostra fin da piccolo un’inclinazione verso maniere, sensibilità e ruoli sociali femminili, la famiglia e la comunità più ampia non convocano una riunione d’emergenza di ingegneri logistici industriali per calcolare la sua efficienza economica nel sollevamento pesi. Al contrario, la società accetta questa identità con una naturalezza disarmante e pragmatica. È un “ terzo genere” riconosciuto e rispettato, intessuto nel tessuto della vita da secoli. Il loro contributo alla famiglia allargata, che si tratti di occuparsi dei bambini, gestire la casa, o sostenere la comunità, nasce da legami affettivi e dovere sociale, non da uno schema di lavoro forzato basato sulla pura forza fisica o su un corso intensivo di pesi in palestra indossando un lavalava.
La morale del telegiornale
La televisione è dipendente dall’aneddoto stravagante, dal colpo di scena muscolare, e dalla “giustificazione” bizzarra, semplicemente perché la nostra società è terrorizzata all’idea che altri esseri umani possano organizzare la propria vita attorno all’inclusione spontanea invece che a turni di lavoro o metriche di efficienza capitalista.
La prossima volta che vi capita un documentario di viaggio in TV che spiega usanze straniere con la logica logistica di un manuale di management aziendale, fatevi una bella risata. Il mondo è infinitamente più ricco, più sfacciato, e infinitamente meno noioso di quanto qualsiasi montatore televisivo potrebbe mai sperare di confezionare tra le previsioni del tempo e uno spot pubblicitario.

