Siamo tutti cresciuti con il delizioso mito secondo cui l’Antica Grecia fosse la culla della democrazia, dell’alta filosofia e del marmo bianco immacolato. Sciocchezze totali. Se poteste tornare indietro di 2.500 anni, la prima cosa a colpirvi non sarebbero i busti di Socrate; sarebbe la totale assenza di filtri riguardo a chi, cosa, come e perché.
Per i greci, la sessualità non era una questione di “peccato” (un’invenzione comoda architettata dalla Chiesa molto più tardi, argomento che affronteremo un altro giorno, appena avrò finito di ridere), ma una questione di potere puro e semplice.
1. Il gioco del potere: chi sta sopra?
Dimenticate le etichette binarie di oggi e le crisi di coscienza moderne. Per un cittadino ateniese, il sesso non definiva il vostro “orientamento”; definiva la vostra posizione sociale. L’uomo libero era quello che penetrava. Punto. Se eravate un cittadino maschio adulto, eravate il cacciatore. Se eravate una donna, un ragazzo, o uno schiavo, eravate, socialmente parlando, subordinati. Il sesso era semplicemente un’estensione della gerarchia politica: se eravate “sopra”, stavate vincendo. Se eravate “sotto”, eravate, letteralmente, socialmente inferiori. Semplice, brutale, e lontanissimo dal nostro moderno “teniamoci tutti per mano e andiamo d’accordo”.
2. La “pedagogia” del potere: quando la lezione era una gerarchia
Ed eccoci arrivati ai nostri amati filosofi. Ci hanno insegnato a venerarli come menti astratte che passeggiavano nella stoa, dibattendo di etica e virtù. Ma bisogna essere chiari: il sistema della paideia non era un mentoring benevolo. Era un freddo esercizio di potere istituzionalizzato.
Il rapporto tra il maestro e il giovane era un riflesso brutale della gerarchia ateniese. Il filosofo non si limitava a insegnare la dialettica; pretendeva sottomissione totale, plasmando corpo e mente del giovane come prerequisito per l'”iniziazione” intellettuale. Alle orecchie moderne, questo è un conflitto di interessi che sconfina nel grottesco. Eppure, per i greci, era il meccanismo standard dell’ascesa sociale. Chiamare questo “educazione” è l’ironia storica definitiva: non era un trasferimento di conoscenza tra pari, ma il rafforzamento di una struttura rigida in cui il privilegio del maschio adulto era assoluto, e il corpo del subordinato era semplicemente la moneta di scambio.
3. Eros non era un biglietto di San Valentino
Per i nostri antenati, Eros era fondamentalmente un tipo poco raccomandabile. Non arrivava con violini e lume di candela; arrivava come una freccia al petto, facendovi perdere completamente il senno e fare cose che, oggigiorno, vi farebbero finire in un reparto psichiatrico. Non cercavano un'”anima gemella”; cercavano un collasso spettacolare dell’anima.
Nota etimologica: “pedagogia” e il peso della storia
Dato che siamo su Say Sexology, chiariamo un termine che usiamo con troppa leggerezza.
Prendete la parola pedagogia. Deriva dal greco paidagogos: paidos (bambino) e agogos (colui che guida). Mentre i dizionari moderni preferiscono immaginare il paidagogos come un innocuo schiavo di casa che semplicemente accompagnava i bambini a scuola, la realtà è molto più clinica. Il “guidare” era un esercizio di sorveglianza e controllo. La prossima volta che sentite un accademico pontificare sulla “pedagogia”, ricordate: nell’Atene di un tempo, il maestro non si limitava a guidare la mente; rivendicava il corpo come componente fondamentale del programma di studi.
Il senso di tutto questo
Perché scrivere di questo? Perché trovo esilarante come amiamo gonfiare il petto usando altisonanti termini greci senza renderci conto che, dietro le parole che usiamo per definirci “civilizzati”, si nasconde una realtà di impulsi che oggi finirebbero dritti nel Codice Penale.
La prossima volta che qualcuno prova a farvi la lezioncina sulla “purezza” del mondo antico, offritegli da bere. Ne avrà bisogno per digerire la verità.
Voi cosa ne pensate? Vi sentite più un “cittadino ateniese” o uno “schiavo della modernità” quando si tratta delle vostre relazioni? Fatemelo sapere nei commenti.

